Dopo aver postato la foto degli sconti garantiti da una certa Maison ai dipendenti, ho ricevuto un sacco di domande.
Che, tendenzialmente, si possono riassumere così: quale convenienza ha una griffe a svendere così i suoi capi?
Spiegarlo in due parole non è semplice, per cui, ecco servito un post.
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Partiamo dal presupposto che le case di moda non sono la Caritas.
E se fanno qualcosa (fosse pure vendere a 50 euro un vestito che in boutique ne costava duemila) è perché a conti fatti, alla fine gli conviene.
Com’è possibile?
Abiti e accessori, dopo essere stati ospitati in boutique per i pochi mesi in cui vive una collezione, vengono ritirati e tornano alla base.
Da quel momento, essendo “off-season“, passano in genere all’outlet.
[A esser pingoli, questo è vero per la merce presente nei Directly Operated Stores, nei franchising e presso i grossi clienti. I capi venduti a boutique indipendenti, per dire, di solito a fine stagione sono rilevati dagli stocchisti. Ma questa è un’altra storia, e ne parlerò un’altra volta].
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Comunque sia, anche nell’outlet, non è che i vestiti ci possono rimanere in eterno.
Una, due, forse tre stagioni se gli va bene.
Dopo di ché, diventano troppo “datati”, senza contare che devono far spazio – fisicamente, proprio – alle nuove collezioni che nel frattempo sono divenute obsolete.
E questo, in in genere, è il momento in cui arrivano le vendite per i dipendenti.
Per chi non ci è mai stato, trattasi di specie di sagre paesane dove off-season, prototipi mai entrati in produzione, fallati e chi più ne ha più ne metta vengono venduti a poche decine di euro. Cose da scene così.
Comunque, anche dopo le sample sales, rimane dell’invenduto.
E quello che avanza, che ci crediate o no, in molti casi viene mandato al macero.
Incenerito – letteralmente – e mica aggratis: far distruggere abiti&accessori costa, alle griffe, un euro al pezzo.
Ecco spiegato il mistero delle svendite: meglio incassare 10 che spendere 1.
Sono l’ultima spiaggia prima incappare in un nuovo un costo.
Semplice, nella sua assurdità.
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